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Patini Teofilo *

PATINI TEOFILO
Castel di Sangro (L'Aquila) 1840 - Napoli 1906
Compì i primi studi a Sulmona, ricevendo importanti stimoli di tipo liberale e umanitario. Nel 1856 si iscrisse all’Accademia di Napoli, seguendo i corsi di paesaggio di G. Mancinelli, ed esordì alla Mostra Borbonica del 1859. Determinante fu l’esperienza garibaldina (1860) e quella di volontario della guardia nazionale nelle campagne contro il brigantaggio (1863). A questo periodo appartengono l'Autoritratto giovanile (coll. privata), la Santa Liberata per la chiesa di Rivisondoli (coll. privata) e II buon samaritano (Castel di Sangro, coll. Banca Popolare Abruzzese-Marchigiana). Con La rivolta di Masaniello, inviato a Napoli nel 1863, diede inizio alle tematiche storiche riprese più volte negli anni seguenti (Il Parmigianino, esposto a Napoli nel 1864, Napoli, municipio; Arte e libertà, esposto a Napoli nel 1867; La compagnia della morte e Dopo la sconfitta, 1865-1867, coll. privata). In queste opere confluiscono le diverse componenti della sua formazione, dagli esempi di F. Palizzi e di D. Morelli alle opere di J. L. E. Meissonier, allo studio della pittura olandese e napoletana del Seicento. Negli stessi anni realizzò diversi ritratti, fra cui il Ritratto di Panfilo Serafini (1867, Sulmona, Museo Civico), suo primo maestro, e quello di Bertrando Spaventa (1868, Napoli, Museo di San Martino). Vinto nel 1868 il concorso per il perfezionamento, si trasferì l'anno successivo a Firenze, dove poté conoscere le prove contemporanee del Realismo toscano: esiti di questo contatto sono visibili in Lettura in convento (Castel di Sangro, municipio), esemplare per il rigore formale. Fra il 1871 e il 1872 si spostò a Roma, studiando il paesaggio della campagna romana insieme a M. Cammarano. Nel 1873 inviò a Vienna Nello studio di Salvator Rosa (1872, Roma, Amministrazione Provinciale) ed espose a Napoli II ciabattino (Napoli, coll. Banco di Napoli). Una malattia agli occhi lo costrinse all'inattività per diversi anni, consentendogli un periodo di riflessione sui temi del dolore, del lavoro e della povertà, che saranno i motivi d'ispirazione più frequenti nella produzione successiva, a cominciare da L'erede (1880, presentato a Milano nel 1881, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna). Seguirono Vanga e latte (esposto a Torino nel 1884, Roma, ministero dell’Agricoltura) e Bestie da soma (presentato a Venezia nel 1887, coll. privata), dove portò a compimento la ricerca di un linguaggio rigorosamente verista, che si adattasse alle tematiche d'impegno sociale. Nel 1882 fu nominato direttore della Scuola di Arti e Mestieri dell'Aquila. Nel 1888 avviò la produzione di opere di carattere religioso, nella quale si possono riconoscere simbolismi legati alla massoneria, a cui l’artista apparteneva. Nel 1888 dipinse un San Carlo Borromeo per la cattedrale dell’Aquila e nel 1897 II crocifisso per la chiesa di Corfinio. Morì suicida nel 1906 mentre lavorava ai bozzetti per l'ultima commissione (noti solo attraverso fotografie), il ciclo di affreschi per l'aula magna dell’università di Napoli.


Patania Giuseppe *

PATANIA GIUSEPPE
Palermo 1780 - 1852
Trascorse un breve periodo di apprendistato presso la bottega di G. Velasco, quindi frequentò l’Accademia del Nudo di Palermo, dove si formò attraverso lo studio dell’antico. Maturò un linguaggio stilistico basato sulla piena assimilazione del Classicismo accademico, memore tuttavia del Realismo secentesco e sensibile ai suggerimenti di V. Riolo. Al gusto tardosettecentesco appaiono legate le opere d'esordio (Palermo, Palazzo Belmonte Riso, affreschi), mentre sono evidenti i riferimenti a un elegante Classicismo nelle tele di soggetto mitologico dipinte fra il 1822 e il 1830 (Ratto d'Europa, Venere e Adone, Io baciata da Giove, Psiche vagheggiata da un satiro, Palermo, Galleria Civica d’Arte Moderna). La sua intensa attività, concentrata nella città natale, interessò diversi generi e tecniche pittoriche, dall’affresco (Palazzo Reale) alle pale d’altare (Trinità, 1830, Badia Nuova; Flagellazione, 1840, già nella chiesa della SS. Trinità della Magione), ma soprattutto la ritrattistica, per la quale acquistò la maggiore fama (Ritratto di fanciullo, 1830, Ritratto di sacerdote, 1838, Palermo, Galleria Civica d’Arte Moderna; La Regina Maria Cristina, Trapani, Museo Pepoli). Opere come La fuga della regina Bianca (1850, Palermo, Galleria Civica d'Arte Moderna) mostrano un avvicinamento alla nuova sensibilità romantica.


Pastoris Federico *

PASTORIS FEDERICO
Asti 1837 - Torino 1884
Formatosi con E. Gamba all'Accademia Albertina di Torino, esordì con un soggetto storico alla Promotrice torinese del 1859. Si orientò verso il quadro di genere e il paesaggio, guardando alla pittura di A. Fontane- si, e nel 1861 fu tra i sostenitori delle prove realistiche di V. Cabianca e T. Signorini comparse alla Promotrice torinese. Nel 1864, entrato in contatto con C. Pittara, frequentò il gruppo dei pittori di Rivara: nel 1865 dipingeva a Issogne insieme a A. D’Andrade (I signori di Challant, 1865, e Cortile del maniero di Issogne, 1865, entrambi a Torino, Galleria Civica d'Arte Moderna). Alla stessa epoca risale anche un soggiorno a Parigi, dove studiò l'opera di C. Troyon e J. B. C. Corot, e un viaggio a Roma, dove conobbe M. Fortuny. Negli anni '70 i suoi interessi si focalizzarono sull’antiquariato e sulla didattica. In consonanza con V. Avondo e A. D'Andrade, sviluppò interessi storico-archeologici per il Piemonte medievale, che ebbero riflessi anche sulla sua opera artistica. Dal 1882 si occupò a Torino della realizzazione del Borgo Medievale al Valentino per l'Esposizione Nazionale del 1884. Negli ultimi anni presentò alle mostre di Torino, Milano e Genova paesaggi della riviera ligure.


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