Dagli albori della letteratura così come della pittura, scrittori, poeti ed artisti hanno sempre immaginato paesi lontani e favolosi dove ambientare le loro storie. Alcuni di loro sono stati così fortemente radicati a un luogo tanto da identificarvisi o associarvi per un certo periodo il proprio nome come, ad esempio, Shakespeare a Verona, Dostoevskij a San Pietroburgo o Joyce a Dublino e, al tempo stesso, vi sono luoghi che nella percezione più comune e diffusa hanno assunto indelebilmente volti letterari e pittoreschi. L’Oriente è uno di questi. Proprio in ambito letterario, nella prima e seconda metà dell’Ottocento, l’adesione al diffuso cliché romantico di un luogo altro, cioè alternativo rispetto al mondo occidentale così come il tema dell’incontro tra due civiltà differenti ha dato luogo ad uno dei filoni più controversi della produzione romantica, vedi i casi di Gerard de Nerval, Alphonse de Lamartine, Théophile Gautier o Pierre Loti. E che dire poi, in campo musicale, della grande fortuna dei melodrammi rossiniani come Il Turco in Italia o L’italiana in Algeri? Così i dipinti di Jean-Auguste-Dominique Ingres, Carlo Bossoli, Ippolito Caffi, Francesco Hayez, Giuseppe Molteni, Domenico Morelli e Alberto Pasini con la loro forza persuasiva, mantenendosi distanti dai topoi pittoreschi del Grand Tour e da raffigurazioni stereotipate tese a soddisfare cultori di seducenti erotismi, ci hanno trasportato idealmente verso il lontano est dove sorge il sole e dove, al calore dei suoi raggi, sono fiorite civiltà e tradizioni contrapposte all’Occidente. Ma se il tema dell’Oriente ha riguardato una produzione pittorica tutto sommato ben caratterizzata e numericamente inferiore agli altri generi, è pur vero che ha avuto lunga vita sopravvivendo addirittura alla corrente realistica, vedi i casi, ad esempio, di Stefano Ussi, Fausto Zonaro, Edoardo Tofano, Giovanni Costa o Fabio Fabbi, grazie anche all’ampia diffusione delle descrizioni di città, di cortili o di chiassosi suk pubblicate su giornali, riviste e volumi come il carnet de voyage dedicato da Edmondo De Amicis a Costantinopoli ritenuto ancora oggi, secondo Orhan Pamuk, il miglior libro su Istanbul del diciannovesimo secolo. Personalmente, mi sono sempre chiesta come, attraversando i variopinti e pulsanti vicoli multietnici dell’odierna Istanbul, si possa rimanere insensibili e non trasalire pensando, ad esempio, che dietro tutto quel variopinto frastuono si celino l’ottomana Bisanzio e, successivamente, la mitica Costantinopoli, a lungo vagheggiata da molti scrittori occidentali. Servono occhi, però, in grado di cogliere il riaffiorare impercettibile del mito; un cuore che ne percepisca il respiro e menti disposte a lasciarsi condurre, ad occhi chiusi e senza opporre alcuna resistenza proprio là dove ancora aleggia il suo spirito. E allora sì che avviene il miracolo…miracolo destinato eternamente a rinnovarsi. Basta trovarsi di fronte a un ritratto di un nobile europeo vestito “alla turca” come quello di Maria Adelaide di Francia (1753) di Jean-Étienne Liotard o perdersi nei versi profondamente malinconici di Konstantinos Kavafis…Capolavori che continuano a regalarci piccole estasi permettendoci di approdare miracolosamente, con la leggerezza di un uccellino che vola di ramo in ramo, in quell’altrove tanto agognato. Piccole oasi “contro il logorio della vita moderna” come declamava la vecchia réclame di un noto amaro, così salutari per il nostro equilibrio psicofisico.
Ma quando comincia ad insinuarsi nella pittura italiana, alla stregua di quella francese ed inglese, il fascino sempre più seducente di un mondo alternativo ed esotico, ricco di spunti nuovi? Il tema dell’Oriente inizia ad esercitare una forte attrazione sui pittori sin dall’epoca neoclassica. A determinare le condizioni sarà la scia del grande successo riportato dalle spedizioni archeologiche come quella intrapresa in Egitto alla fine degli anni Venti da Jean-François Champollion con l’archeologo Ippolito Rosellini, il medico Alessandro Ricci e il disegnatore Giuseppe Angelelli per decifrare i misteriosi crittogrammi dell’antica civiltà nata sulle sponde del Nilo. Proprio successivamente a quell’esperienza nasceranno freschi acquerelli e disegni tradotti poi in incisioni per I monumenti della Nubia e dell’Egitto illustrati da Ippolito Rosellini, edito tra il 1832 e il 1844.
Vi è, però, un altro motivo ancora fortemente radicato che spingerà i pittori viaggiatori a intraprendere avventurosi percorsi via mare alla ricerca delle antiche radici della civiltà mediterranea: il richiamo per la difesa di un Oriente epico ed eroico. La lotta della Grecia per la liberazione dal giogo ottomano (1821-1829) contribuirà a connotare la pittura storica e letteraria di questa declinazione. Molti artisti, tra cui Hayez, Ludovico Lipparini e Giacomo Trécourt, aderiranno al movimento filoellenico poiché per loro testimoniare la
propria solidarietà alla resistenza del popolo greco significherà, implicitamente, sostenere la lotta per l’indipendenza del popolo italiano.
Ad alimentare una smania di fuga verso un mondo che va dall’Andalusia e dal Marocco e, attraversando il Mediterraneo, giunge fino alla Persia, all’India e al Giappone contribuiranno altresì oltre al retaggio ancora vivo dell’epopea napoleonica, il desiderio di conoscere nuove scritture, culture e società appartenenti ad un passato remoto che lentamente sta riaffiorando. Anche l’apertura nel 1869, dopo dieci anni di scavi, del canale di Suez e la politica culturale promossa dal khedivé Ismail Pascià, con il richiamo di artisti europei invitati a partecipare alle decorazioni di edifici pubblici come il Teatro dell’Opera del Cairo, favoriranno il perdurare del mito. E alle campagne di espansione coloniale si aggiungeranno poi le prime missioni diplomatiche dell’Italia unita negli stati del mondo islamico oltre ad interessi e desideri personali.
Ma il viaggio in Egitto rivestirà anche il fascino avventuroso della spedizione geografica poiché non soltanto ci si recherà per visitare Alessandria, Il Cairo e le piramidi ma pure per compiere un vero e proprio pellegrinaggio laico alle fonti del Nilo. Quello intrapreso nel 1843 dal bellunese Caffi, alla volta di Atene, Costantinopoli, Asia Minore, Siria e Alto e Basso Egitto gli offrirà l’occasione di avventurarsi nel deserto al seguito di una carovana e di eseguire una serie di disegni, acquerelli e dipinti come il celebre Il simun nel deserto. Raffaele Carelli e Filippo Palizzi, invece, accompagnando esponenti dell’aristocrazia, documenteranno le visioni archeologiche e le suggestioni etniche vissute dai loro committenti. Già nel 1834, infatti, il nobile William Spencer, sesto duca di Chatsworth aveva reclutato Carelli a Napoli per documentare le vestigia classiche in Sicilia e a Malta. E cinque anni dopo, nel 1839 insieme con l’architetto giardiniere Joseph Paxton, la meta perseguita sarebbe stata l’Oriente. Seguendo la volontà del committente, Carelli avrebbe dovuto realizzare tre dipinti al giorno ma, la parte predominante oggi documentata nelle collezioni di Devonshire è rappresentata soprattutto, come la pratica dal vero richiede, da disegni ed acquerelli di vivace immediatezza e spirito romantico tipico della Scuola di Posillipo.
Ed oggi, in che modo possiamo osservare i dipinti orientalisti e comprenderne l’essenza ed il fascino complesso che continuano a esercitare? Se tale corrente non rappresentò l’Oriente come realmente era ma come l’Occidente immaginava, temeva o desiderava che fosse, allora il nostro sguardo credo dovrebbe essere accompagnato da un sentimento di nostalgico disincanto quale è quello generato dall’eterna illusione di credere che la nostra civiltà mediterranea sia stata ai suoi albori certamente più seducente di quella attuale. La pittura, dunque, come la letteratura, la poesia e, parallelamente, la musica, assolvendo all’originaria vocazione di arti sorelle, rappresentano il lasciapassare ideale, il mezzo più adatto a recuperare la quintessenza di un luogo decifrandone, fosse anche la prima volta che ne solchiamo il suolo, il misterioso spirito, ciò che comunemente è noto come il genius loci.
Ecco dunque che le opere realizzate dai pittori romantici orientalisti animate da harem o minareti, fez e seducenti odalische, hanno compiuto il prodigio di fermare il tempo. Un tempo che non abbiamo vissuto ma che è necessario e vitale evocare poiché racchiude una serie di significati storici, culturali e simbolici che ci invitano a riflettere su epoche, tradizioni, atmosfere, memorie visive e identità oramai perdute. Sono finestre su un altrove che aiutano ad instaurare un dialogo più consapevole tra culture diverse proprio per assicurare un futuro al nostro passato. E, come un passante che smarrita la strada, distratto dal transito dei propri pensieri, tutto a un tratto riconosca nel proprio campo visivo una sagoma o un’insegna a lui cara, ammirando una di queste opere avvertiremo la sensazione di riassaporare qualcosa di profondamente familiare assimilabile all’incontro con un vecchio amico d’infanzia non più visto da tempo. Un amico appena tornato da un lungo viaggio, capace di rivelarci con i propri racconti ciò che un tempo siamo stati e non ricordiamo più.
di Elisabetta Matteucci da Il Giornale dell’Arte, gennaio 2026

