L’eterno gioco dell’arte.
A Palazzo Cucchiari di Carrara una mostra esplora l’inscindibile legame tra arte e gioco nel periodo compreso tra la corrente realista e le due guerre.
Inseritasi a pieno titolo nei circuiti espositivi nazionali ed internazionali, Palazzo Cucchiari a Carrara, sontuosa residenza ottocentesca progettata da Leandro Caselli, si appresta a celebrare il primo decennale di attività. Sede della Fondazione Giorgio Conti, istituita dalle sorelle Franca e Daniela per celebrare la memoria del padre, ha al suo attivo una serie di mostre che a partire dal 2015 lo hanno riconsegnato alla città dopo un attento restauro filologico divenendo un luogo d’affezione e punto di riferimento per progetti espostivi dedicati alla cultura figurativa del XIX e XX secolo.
Estimatore di scultura e appassionato cultore di arte contemporanea, Massimo Bertozzi, per oltre vent’anni curatore degli spazi espositivi del Palazzo Ducale di Massa e direttore dal 2016 del civico Museo Guadagnucci, ha seguito la direzione culturale di Palazzo Cucchiari sin dalla sua nascita promuovendo, grazie alla rete di rapporti instaurati con prestigiose istituzioni museali, numerose collaborazioni che gli hanno consentito di allestire rassegne di indubbio valore scientifico.
Il 28 giugno a Palazzo Cucchiari si è inaugurata la mostra In gioco. Illusione e divertimento nell’arte italiana 1860-1940. Può spiegarci Dottor Bertozzi come è nata l’idea di questa mostra e il motivo che si cela dietro la scelta di prendere in esame tale preciso periodo cronologico?
Un anno fa, durante l’allestimento della mostra “Belle Epoque”: collocando I figli del popolo di Gioacchino Toma, con i bambini che giocano “ai garibaldini”, abbiamo pensato che sarebbe stato divertente costruire, per il decimo anniversario di Palazzo Cucchiari, una mostra “divagante e divertente” sul gioco; dal giorno dopo abbiamo cominciato a lavorarci.
Il periodo di riferimento è stato dettato in parte dall’argomento, perché con la modernizzazione cambia l’idea stessa dello svago e del divertimento, per via dell’industrializzazione del giocattolo, della spettacolarizzazione dell’intrattenimento, della diffusione dello sport e dell’istituzionalizzazione del gioco d’azzardo; per altro verso si vuole anche fare riferimento al riemergere di una vocazione nazionale dell’arte italiana e al suo difficile riposizionamento sulla scena internazionale.
In che rapporto si pone questa esposizione rispetto alla prima La scuola carrarese all’Ermitage: Canova e i maestri del marmo che nel 2015 segnò l’inizio della nuova vita di Palazzo Cucchiari?
Banalmente si potrebbe dire che tutto è in conseguenza di quello che c’è stato prima, ma la “La scuola carrarese” approfitta di un proficuo rapporto di collaborazione, in atto dagli anni Novanta del secolo scorso, tra le istituzioni locali e il Museo Ermitage di San Pietroburgo, cosa che ha certamente facilitato l’esordio.
La mostra odierna è piuttosto frutto del percorso virtuoso che la Fondazione Conti e Palazzo Cucchiari hanno compiuto in questi anni, facendo tesoro delle occasioni di confronto e collaborazione con decine e decine di prestigiose istituzioni artistiche italiane, e poi con l’eccellenza degli operatori privati, collezionisti, galleristi, fondazioni e archivi, accumulando così esperienze, che hanno permesso di correggere i difetti e di rimediare agli imprevisti.
Può illustrarci l’ordinamento delle diverse sezioni attraverso le quali si articola il percorso espositivo?
Le sezioni sono quattro: la prima, legata alla tradizione, fa riferimento alle occasioni di svago e di divertimento d’ogni giorno.
Il gioco è una cosa di tutti, in ogni senso popolare; almeno così la pensano i pittori italiani quando cominciano a guardare la realtà della vita di tutti i giorni: le scene della pittura di genere si popolano così di pacifici giocatori di carte come di più sguaiate manifestazioni pubbliche, tombole in piazza, balli paesani e feste campestri, com’è nella Pineta di Moses Levy o nella Scena danzante di Nomellini, e quindi di ogni altra attività di svago o di ricreazione, all’aperto e legata alla tradizione; così come per altro verso si popolano di bambini che rincorrono il cerchio o di bambine che giocano con la bambola, e poi di piacevoli letture, come quella di Maria, figlia del pittore Sottocornola, e ombrose conversazioni in giardino, che ben presto sfociano nella moda delle passeggiate al parco, come nel Rencontre a bicyclette di Zandomeneghi, o di gite in carrozza lungo i viali delle rimembranze, cui allude la Carrozzella di Carlo Carrà.
Ma il gioco è un connotato dell’età dell’infanzia, e a questo è dedicata la seconda sezione della mostra, per quanto in realtà per un bambino il gioco è sempre un ingresso anticipato nel mondo dei grandi.
I bambini agiscono come “robivecchi dell’umanità”: qualunque cosa scartata dagli adulti può diventare un giocattolo, rigenerato a nuova vita dalla fantasia, che gli conferisce una nuova dimensione. Le bambine che fanno le signore, nel dipinto di Lega, i giocattoli del piccolo Cesare Lionello di Casorati, il Ragazzo ai burattini di Giuseppe Gorni, così come le Bambine, pronte a giocare col cerchio, di Campigli, stanno svolgendo una funzione vitale, per la loro crescita, così che anche per gli artisti quello dei giochi si propone come un universo fantasioso, uno stimolo all’immaginazione e all’attività creativa.
Il “mondo in miniatura” dei bambini è in effetti un mondo a parte, proprio come quello delle immagini che baluginano nell’occhio smagato degli artisti.
Così che tra nostalgie del paradiso perduto e voglia di evasione, si fa strada nelle poetiche degli artisti il rimpianto per la condizione dell’infanzia, l’età dell’Innocenza, come dovrebbe essere l’età dei giochi.
All’invenzione del tempo libero e quindi all’invenzione di nuove forme di sospensione della realtà, è dedicata la terza sezione della mostra, che ruota intorno al gioco di abilità e all’esibizione spettacolare.
La società moderna istituzionalizza vecchie forme di intrattenimento, i giochi di strada, come quelli del Baraccone da fiera di Capogrossi e gli spettacoli circensi, come nei Circhi di Renato Natali o Ligabue, e diffonde le rappresentazioni dal vivo, dalla commedia dell’arte al teatro classico, com’è il caso della Serenata alla luna di Afro o del Pagliaccino di Primo Conti, con la mondanizzazione della musica che, da camera e da salotto che era, diventa da tabarin e cafè chantant, e rimettendo in gran voga il “mondo all’incontrario” del carnevale, come quello di Viareggio prodotto da Lorenzo Viani.
Il tempo libero, nella società moderna, non può restare tempo “perso” e va trasformato in tempo socialmente utile e produttivo, e a questo sviluppo del divertimento è dedicata la quarta sezione “Sfide, competizione, destino”.
Così che ben presto sarà il gioco stesso a trasformarsi in una forma di spettacolo, con lo sviluppo di ogni genere di sport e la legalizzazione delle lotterie e dei casinò.
Il culto della velocità, le “auto futuriste” di Mario Sironi e Iras Baldessari, il brivido dell’azzardo, com’è nella Partita a carte di Rosai o in quella ai dadi di Alberto Martini, così come il fenomeno nuovo dell’eroismo sportivo, qui in raccontato dalle sculture, dal Nuotatore di Marino al Pugile di Messina, dall’Acrobata cinese di Minguzzi al Guidatore di Sulky di Farpi Vignoli, fanno dello sport e delle scommesse uno dei connotati dell’Italia novecentesca, a portata di mano degli artisti, che attraverso la lente deformante delle avanguardie o ingessati nei rigori formali del ritorno all’ordine, ricavano dal mondo del gioco il loro specifico giudizio, di apprezzamento o di critica, della qualità della vita.
Lei afferma che il gioco, tema largamente rappresentato nella pittura di ogni epoca, è quasi sempre connesso a richiami allegorici vedi le implicazioni etiche dei giocatori di Caravaggio o l’allusione al ruolo sociale dei giocatori nella pittura francese del Settecento. Solo nel XIX secolo l’attenzione degli artisti si concentra sulla sua funzione di svago o pausa dai “quotidiani affanni” che molto democraticamente riguarda tutti: aristocratici e contadini, preti e militari, donne e bambini”. Cosa accade con l’avvento del nuovo secolo?
Con il nuovo secolo il gioco viene istituzionalizzato, nel senso che il tempo libero viene riconosciuto come tempo socialmente utile e giocare non è più tempo perso, purché lo si faccia nei luoghi giusti, seguendo le regole e ovviamente pagando il biglietto. Il gioco perde spontaneità al punto che per gli artisti diventa sempre meno attrattivo e stimolante. Basterà pensare alla progressiva scomparsa delle attività circensi e degli spettacoli di strada, così cari agli artisti, alla perdita di qualunque mistero del mondo del Luna Park, alla banalizzazione degli avvenimenti sportivi o anche all’esasperata mercificazione dello spettacolo, per cui è proibito fotografare o riprendere qualunque di qualunque rappresentazione teatrale: viene da considerare che in queste condizioni non solo non avremmo mai avuto le ballerine di Degas, ma neppure i Luna Park di Moses Levy o Lorenzo Viani, gli Arlecchini di Murer o di Severini, i Saltimbanchi di Mosè Bianchi o di Capogrossi.
di Elisabetta Matteucci da Il Giornale dell’Arte, luglio 2025
A casa di miss Merrick si studiava il Punto Lamporecchio
La Villa di Papiano a Lamporecchio (Pistoia) è entrata a far parte dell’Associazione nazionale Case della memoria. Immersa nel verde degli olivi del Montalbano e conosciuta anche come la “Villa dell’Americana”, è sottoposta a tutela della Sovrintendenza dei Beni Culturali Architettonici di Firenze.
Visitarla significa intraprendere un viaggio per conoscere nell’intimità la filantropa e benefattrice Laura Towne Merrick (Philadelpia, 1842 – Firenze, 1926), la cui memoria si conserva ancora negli abitanti di Lamporecchio. Il complesso, di epoca rinascimentale, costruito su un edificio medioevale preesistente, ha ospitato per alcune centinaia di anni la famiglia Torrigiani. Nella seconda metà dell’Ottocento fu acquistato da una nobildonna, Miss Merrick che, affascinata dalle bellezze naturali e artistiche, ai primi anni Ottanta decise di trasferirsi definitivamente in Italia. Sesta dei sette figli di uno dei più influenti imprenditori e benefattori di Philadelphia, Samuel Vaughan Merrick, magnate industriale nel campo della siderurgia, nel 1869 intraprese un grand tour in Europa, officiando quella sorta di rito culturale iniziatico praticato fin dal XVII secolo dagli esponenti dell’upper class nord europea.
Dopo aver abitato a Firenze, nel 1889, dietro suggerimento dell’amico Emilio Torrigiani, decise di comprare un antico casale a Papiano, in provincia di Pistoia facendone la propria residenza estiva. Annessi all’edificio erano il terreno, le stalle, le rimesse, i magazzini, le cantine ed una cappella consacrata ai lati del giardino, oltre a vigneti e al terreno boschivo. Torrigiani, che le aveva fatto conoscere quei luoghi così cari alla propria infanzia, l’aiutò ad apportare modifiche ed interventi strutturali all’intera tenuta come i loggiati in stile neorinascimentale, il giardino all’italiana con siepi simmetriche, vasche, fontane e fioriere e ancora il restauro della limonaia, degli spazi di servizio, delle cantine, del frantoio e della piccola chiesa, ancora oggi consacrata.
La Villa fu dotata di un impianto di illuminazione a gas – dato il disturbo oculare di cui Miss Merrick soffriva, ogni ambiente era provvisto di luci soffuse e sontuosi lampadari di Murano – e collegata tramite un acquedotto a una sorgente sì da dotarla di un impianto idrico con acqua corrente che garantiva una costante irrigazione alla casa, agli annessi e al giardino. Al primo piano si trovava l’appartamento di Laura, costituito da sale e salottini arredato in stile eclettico con suppellettili in legno scuro, tappeti, cineserie, tendaggi, drappeggi in damasco e cimeli. Uno stile diffuso tra gli anglo-americani che, proprio nella seconda metà dell’Ottocento, costituivano un’importante colonia sulle pendici fiorentine e non solo. Qua Miss Merrick poteva dedicarsi agli ozi prediletti come la fotografia, l’antiquariato e il collezionismo. Ancora oggi, come se ogni cosa fosse rimasta intatta, è possibile ammirare nei diversi ambienti i mobili, i tappeti, i quadri e gli effetti personali – i vestiti, i ricami e la biancheria intima – così come lei stessa li aveva collocati.
Al nutrito numero di persone di servizio si aggiungevano i contadini che dalle terre della tenuta ricavavano vino e olio evo. In quel fazzoletto di terra, Miss Merrick aveva costruito il suo piccolo feudo dove, lontano da occhi indiscreti, sfarzo e clamori, l’amore per la natura aveva soppiantato l’attrazione per salotti e circoli culturali e la fama di benefattrice si era imposta su quella della nobile ed aristocratica ereditiera.
La sua biografia è, dunque, indissolubilmente legata alla storia del territorio pistoiese dove, all’epoca del suo arrivo, era molto diffusa la tradizione del ricamo. Già segretaria e membro del comitato nella scuola di ricamo di Philadelphia, favorendo le abilità artigianali delle ragazze e disponendo di sufficienti risorse economiche, ai primi del ‘900 Miss Merrick istituì con piglio manageriale la “Scuola dei merletti e Lavoro Femminile” il cui obiettivo era d’introdurre un’industria sussidiaria per le donne sprovviste di un impiego fisso. All’interno della scuola, oltre ai punti di ricamo tipici del Pistoiese, veniva insegnato un nuovo punto, nato proprio all’interno di quella piccola istituzione: il Punto Lamporecchio. Oltre a finanziare il restauro della chiesa di Santo Stefano, Miss Merrick creò alcune associazioni di carattere sociale ed educativo come la “Società Operaia di Mutuo Soccorso”, volta a sostenere i disagi dei lavoratori dovuti a malattie, invalidità, vecchiaia e motivi bellici. Le sue elargizioni finalizzate a sussidiarne i componenti, permisero il costituirsi di un capitale sociale. Anche le famiglie più indigenti nonché la locale “Società Filarmonica”, nata agli inizi dell’Ottocento, usufruirono delle sue generose donazioni e finanziamenti. Alla morte di Miss Merrick, non essendoci discendenti diretti, l’eredità della tenuta di Papiano passò al nipote John Vaughan Merrick che, a sua volta, nel 1955 la vendette a Mauro Venturini, padre dell’attuale proprietario grazie al quale l’intero complesso si è aperto ad una fruizione esterna.
di Elisabetta Matteucci da Il Giornale dell’Arte, 28 marzo 2025


