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A Bologna un affresco dei Savini, dinastia di pittori felsinei

Alfredo Savini, Candore

 

 

di Elisabetta Matteucci, da Il Giornale dell’Arte, 10 gennaio 2025

 

Un’antologica ripercorre in quasi cento opere la vicenda umana e artistica dei Savini, famiglia di pittori felsinei

 

Al Museo Ottocento Bologna è in corso fino al 3 marzo 2025 una retrospettiva curata da Ilaria Chia e Francesca Sinigaglia dedicata a una dinastia di pittori felsinei: i Savini. Il progetto espositivo, allineato alle precedenti indagini monografiche condotte dalle due studiose sulle figure di Carlotta Gargalli e Mario de Maria, rientra nel lodevole programma di recupero di personalità ingiustamente dimenticate attive a Bologna nel XIX secolo. Il costituirsi di gruppi familiari in cui, parallelamente ai vincoli di parentela, era trasmessa l’esperienza acquisita in una professione artistica, ha contraddistinto anche la storia dell’arte italiana dell’Ottocento. In molti Stati preunitari gli esempi si sprecano. Come non ricordare nel Lombardo-Veneto i Caliari, i Canella e i Ciardi? E ancora gli Appiani, gli Ademollo, gli Inganni, gli Induno e i Borsa. Nel Granducato di Toscana i Markò, i De Tivoli e i Signorini. E nel Regno delle Due Sicilie i Fergola, i Carelli, i Gigante e i Palizzi.

A Bologna, antica capitale delle Province Unite, ancor prima di Antonio e Giovanni Boldini, si distingue la famiglia Savini che nella persona del bisnonno Giacomo (Bologna, 1768-1842), del padre Alfonso (Bologna, 1838-1908) e del figlio Alfredo (Bologna, 1868-Verona, 1924) dominerà la scena artistica cittadina dal periodo neoclassico sino al secondo decennio del Novecento. La mostra presenta quasi cento dipinti tra capolavori e inediti provenienti da collezioni private e prestigiose istituzioni museali quali, tra le altre, la Galleria d’Arte Moderna «Achille Forti» di Verona. Lo stesso Museo Ottocento Bologna, presso cui si conservano opere saviniane, ha finanziato e coordinato i restauri di quelle conservate nei depositi del MAMbo, della Pinacoteca Nazionale di Bologna e del Museo Revoltella di Trieste. I discendenti con estrema generosità hanno messo a disposizione dipinti, documenti e fotografie dei tre pittori bolognesi. L’ambizione di presentare per la prima volta un’antologica contenente un focus dedicato a ciascun artista si è rivelata vincente.

Oltre a favorire la comprensione dell’affascinante affresco entro cui si è dipanata la loro vicenda umana e artistica, tale scelta è riuscita a farne emergere le singole peculiarità, permettendo al visitatore di seguire la narrazione dei diversi svolgimenti biografici correlati alla disamina degli indirizzi di stile. Analizzando le delicate vedute («Mollezza») di Giacomo che, dopo la formazione alla locale Accademia di Belle Arti e l’alunnato presso Vincenzo Martinelli diverrà uno dei paesaggisti più richiesti soprattutto per la decorazione d’interni di «stanze a paese», si comprende come nell’Italia centrale tale cultura figurativa sia stata condizionata da un tipo d’iconografia di ascendenza storico-letteraria. Raffigurazioni idealizzate, rispondenti a precise indicazioni di ordine compositivo e stilistico, destinate al mercato dei «souvenirs de voyage».

Alla metà del secolo esordisce il nipote Alfonso ottenendo positivi riscontri nell’esecuzione di soggetti storici connotati da caratteri romantici quali «Mario a Cartagine» e, tra gli altri, un soggetto tratto dalla Vita Nuova di Dante, «Io mi sedea in parte…» (1863), in cui emerge l’uso sapiente di colori pastosi e la resa di atmosfere languide, opulente, pervase di un sentore crepuscolare. Successivamente, l’artista orienterà la propria ricerca verso i soggetti neopompeiani e scene di genere d’impronta sentimentale come, ad esempio, «Nydia e Glauco», «Ultimi giorni di Pompei» e «La serenata», molto apprezzati dal mercante Adolphe Goupil. Avviato giovanissimo alla pittura, il figlio Alfredo prosegue la ricerca sulla figura e sul paesaggio che pratica attraverso rigorosi studi dal vero. I tempi stanno però mutando, complici le numerose correnti che, in antitesi al pensiero positivista, rivendicano una dimensione più spiritualistica dell’esistenza. Superata l’oggettiva descrizione della natura, il paesaggio diviene riflesso delle inquietudini e malinconie dell’animo («La raccolta delle albicocche») espresse attraverso una progressiva idealizzazione della forma, una semplificazione cromatica e una meticolosa grafia ideale per esprimere valori simbolici e mistici come in «Auxilium ex alto», «Pace. Tomba tra i cipressi» e «Candore».


pointeau pittore macchiaiolo francese

Pointeau, macchiaiolo francese

di Elisabetta Matteucci, da Il Giornale dell'arte,  20 dicembre 2024

 

Al Museo Ghelli di San Casciano la mostra del pittore transalpino è un’occasione per ripercorrere le ricerche e gli interessi artistici dello storico dell’arte Carlo Del Bravo, che fu il primo a riscoprirne i disegni e gli olii.

 

 

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La saga Manet: una dynasty artistica degna di Beautiful

Le déjeuner dans l'atelier

 

di Elisabetta Matteucci da Il Giornale dell'Arte, 16 dicembre 2024

La «famiglia allargata» del precursore dell’Impressionismo è al centro di una mostra all’Isabella Stewart Gardner Museum. Fu Berenson a volere che nel museo bostoniano il ritratto della madre dell’artista fosse esposto tra Pollaiolo e Degas.

«Manet. A Model Family», in corso fino al 20 gennaio all’Isabella Stewart Gardner Museum-Hostetter Gallery di Boston, dedicata da Diana Seave Greenwald a uno dei precursori dell’Impressionismo, è la prima mostra incentrata sui «portrait family» all’interno dell’opera di Édouard Manet (1832-83). I diversi contributi in catalogo presentano l’esito di analisi tecniche, accurate ricerche d’archivio e d’indagini biografiche condotte attorno alla famiglia del pittore per studiarne i molteplici risvolti all’interno del contesto borghese di fine Ottocento.

La rassegna, che riunisce importanti prestiti dall’Europa e dagli Stati Uniti, tra cui lo splendido ritratto della madre del pittore, «Madame Auguste Manet» (1866 ca) dello stesso Gardner Museum, tenta di analizzare il pittore francese e il suo entourage da una prospettiva molto intima e personale qual è quella delle complesse relazioni familiari riuscendo così a presentarlo al pubblico in una veste più umana. Quale ruolo ebbe il côté familiare all’interno della sua produzione? E come si districava lui stesso nel labirinto dei delicatissimi rapporti domestici?

Ogni artista ha le sue muse e per Édouard, considerato universalmente come il padre della modernità, una di queste era la famiglia; una famiglia che oggi non esiteremmo a definire «allargata» e con una gestione estremamente complessa soprattutto alla luce degli standard morali allora vigenti. Il pittore, infatti, nel 1863 aveva sposato la presunta amante del padre, Suzanne Leenhoff, un’olandese di Delft emigrata in Francia che anni prima, nel 1849, era stata assunta in casa Manet come insegnante di pianoforte. Una talentuosa pianista definita da Baudelaire nel 1863, all’indomani delle nozze con il pittore, «bella, molto gentile e una grande artista». Suo figlio Léon-Édouard Koëlla (1852-1927, raffigurato in «Le déjeuner dans l’atelier») meglio conosciuto come Léon, nato fuori dal matrimonio, era di padre ignoto. Poteva essere figlio di Édouard, di suo padre Auguste o di un altro uomo. In pubblico era presentato come il fratello minore di Suzanne, mentre in privato lui stesso si rivolgeva al pittore e alla moglie come ai propri padrino e madrina. Dopo il matrimonio da questi ultimi non venne riconosciuto; con ogni probabilità era figlio di Auguste e, dunque, figliastro e fratellastro dell’artista.

Ma non è tutto. La madre del pittore, Eugénie-Désirée Fournier (1811-85), una matriarca dalla tempra d’acciaio che sovrintendeva al corretto svolgimento della vita sociale e finanziaria di quella complicata famiglia borghese era, neanche a dirlo, in pessimi rapporti con i parenti acquisiti. Tuttavia, se la gestione quotidiana era a dir poco complessa soprattutto per il mantenimento di equilibri interpersonali profondamente precari, la famiglia Manet ebbe una vita serena. Contrariamente alle non proprio brillanti premesse e all’assioma tolstoiano («tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo»), i diversi protagonisti di quel nucleo così particolare ed eterogeneo convissero in un clima aperto e cordiale animato da una costante armonia. La loro era una famiglia felice, realmente felice in quel suo modo unico e complicato. Non solo. I diversi componenti rappresentarono per Manet una costante fonte d’ispirazione creativa.

Sia la cognata Berthe Morisot (1841-95), moglie del fratello Eugène, amica intima e collega, sia Léon che Suzanne o Eugénie furono i modelli prediletti dall’artista. Le loro eleganti figure, sapientemente delineate in pennellate audaci e rivoluzionarie, recanti sul volto la fissità dell’espressione a metà tra compiacenza e severità, furono tra i soggetti da lui più frequentemente interpretati. Nei loro confronti la mostra rappresenta, dunque, una sorta di riconoscimento atteso da tempo per il ruolo preminente ricoperto sia nella vita che nell’opera del pittore. Fu grazie all’impegno dei suoi discendenti, infatti, fonte di sostegno emotivo e, di riflesso, finanziario che l’opera del pittore non fu dimenticata.

Relativamente al dipinto «Madame Auguste Manet», Isabella Stewart Gardner era da tempo interessata ad acquisire un ritratto di Manet e, una volta segnalatole dal suo consulente Bernard Berenson, nel 1910, a sette anni dall’apertura al pubblico del suo museo, ne entrò in possesso. Lo stesso Berenson, impressionato dalla seduzione di quel nero così rilucente lo definì «una cosa colossale» e suggerì alla mecenate di appenderlo accanto ai ritratti del Pollaiolo e di Degas per creare una «trinità di grandi dipinti che sono anche tremendi studi di carattere». Non a caso lo stesso Diego Martelli, forse l’unico critico italiano dell’Ottocento di statura europea, assimilata progressivamente la portata rivoluzionaria del linguaggio manettiano, consistente anche nella peculiarità di rendere il ritratto una sorta di alter ego fisico e morale del soggetto, lo collocò «fra gli ultimi grandi maestri del passato e sulla porta dei grandi maestri dell’avvenire».

 


Tallone, o il ritratto come specchio dell’essere

"La Ciociara", Cesare tallone (part.)

 

di Elisabetta Matteucci, da Il Giornale dell'Arte, 28 novembre 2024

L’artista savonese, sin dagli anni Settanta dell’Ottocento, adottò un genere pittorico che ora ci consente di osservare l’evoluzione dell’universo femminile a cavallo tra i due secoli. L’allestimento al Museo Villa Bassi Rathgeb attinge alle proprie collezioni.

 

La mostra «Donna, Musa, Artista. Ritratti di Cesare Tallone tra Otto e Novecento», in corso fino al 12 gennaio 2025 al Museo Villa Bassi Rathgeb, rappresenta il risultato di un lavoro di studio e di approfondimento condotto da Raffaele CampionSilvia CapponiElena Lissoni Barbara Maria Savy sulla collezione permanente del museo e, specificatamente, sul nucleo di dipinti del pittore savonese (1853-1919).

Roberto Bassi Rathgeb, studioso e collezionista d’arte di origine bergamasca ma fortemente legato al territorio aponense, destinò, infatti, nel 1972 al Comune di Abano Terme la propria raccolta costituita da dipinti di Andrea PrevitaliGiovanni CarianiMoretto da BresciaGiovan Battista MoroniGiacomo Ceruti oltre a disegni, incisioni, reperti archeologici e mobili d’antiquariato. La mostra offre l’opportunità di approfondire uno dei temi, il ritratto, maggiormente praticati da Tallone fin dagli anni Settanta e mai abbandonato nell’intero svolgersi della sua carriera di maestro e di artista. Una testimonianza della sua considerazione per tale genere quale specchio dell’essere, a cui il suo nome è rimasto indissolubilmente associato come attesta il pregevole nucleo riunito in questa rassegna; una vivacissima ed elegante teoria attraverso la quale è possibile osservare da vicino l’evoluzione dell’eterogeneo universo femminile nella società italiana tra fine Ottocento e inizio Novecento.

Il filone del ritratto è contestualizzato, nelle prime sale, all’interno di una cornice domestica nella quale prendono vita i personaggi del côté familiare di Tallone, come i figli Guido e Irene, la sorella Linda Maria e il consorte Guglielmo Davoglio, le cui effigi, finalmente riunite per la prima volta, furono realizzate nel 1887 in occasione del fidanzamento. Tra le figure di maggiore impatto si distingue quella a grandezza naturale della moglie, la poetessa Eleonora Tango, agghindata in un costume da ciociara. Un topos figurativo quest’ultimo che, grazie all’incontrastata fortuna iconografica riscossa a partire dal XVII secolo in tutta Europa, aveva valicato i confini di origine per essere assurto ad archetipo della donna italica.

Verso la fine degli anni Ottanta dell’Ottocento, date le continue richieste da parte di una committenza anche straniera, moltissimi artisti come Silvestro LegaVito d’AnconaMosè Bianchi, i fratelli IndunoEleuterio Pagliano o Plinio Nomellini vi si cimentarono riuscendo a non scivolare in esiti di scontata retorica nazionale. Nella felice interpretazione di Tallone è difficile non intravedere la matrice delle future peculiarità del giovane Giuseppe Pellizza da Volpedo, uno degli allievi più dotati durante il brillante magistero del ritrattista all’Accademia Carrara di Bergamo (1885-90). Un’interpretazione che per il senso plastico, il vigore realistico nonché la potenza espressiva ricorda altresì i grandi ritratti di Antonio Mancini, il pittore romano con cui Tallone fu in contatto durante un lungo soggiorno nella capitale tra il 1883 e il 1885.

Seguendo il percorso nei saloni della villa, si assiste a un panorama ampio illustrante il dialogo esclusivo instauratosi fra una società fin de siècle desiderosa di essere celebrata e un pittore, ritrattista della regina Margherita e fondatore di una delle prime scuole femminili di pittura, capace di esaudirne l’inclinazione autoreferenziale. Accanto alle figure dell’entourage privato, compaiono esponenti della borghesia più emancipata, come la «Signora con fiori alla cintura» di Giovanni Boldini, identificabile anche nella fotografia della giornalista Emilia Cardona Boldini ritratta nello studio del marito, e attrici glamour divenute icone di stile come Lina Cavalieri o Emma Gramatica raffigurata, quest’ultima, da Lino Selvatico o la divina Lyda Borelli, nel bellissimo gesso realizzato da Pietro Canonica. E ancora manifesti, raffinati manufatti quali borsette châtelaine o ventagli brisé.

Un variegato compendio che permette di comprendere quanto il ritratto in Italia, come anche al di fuori dell’Europa, complice la diffusione del mezzo fotografico, divenga a cavallo tra Otto e Novecento il genere pittorico maggiormente praticato proprio per la sua valenza di codice sociale. Del resto la moglie Eleonora Tango, intima amica di Matilde Serao, e la sorella Virginia Tango Piatti scultrice, pianista, prolifica giornalista e traduttrice, erano entrambe in stretti rapporti con Sibilla Aleramo scrittrice e giornalista nota per la sua attenzione alla condizione femminile italiana tra Ottocento e Novecento, e proprio alle relazioni importanti e al lavoro intellettuale di queste donne colte della famiglia Tallone viene dedicata un’intera sezione. La mostra è accompagnata da un catalogo (Cimorelli) introdotto dai saggi dei quattro curatori e da apparati storico critici di sicuro interesse per la ricostruzione e la rivalutazione dell’attività dell’artista.


Vincenzo Giustiniani, grande estimatore dei Macchiaioli

Giovanni fattori: "Paranza da pesca"

 

di Elisabetta Matteucci, da Il giornale dell'Arte, 14 novembre 2024

Alla Fondazione Ragghianti una selezione di opere appartenute al collezionista originario di Ferrara anticipa l’allestimento permanente della collezione della Cassa di Risparmio di Lucca nel nuovo Centro per le Arti.

 

La Sala dell’Affresco all’interno del Complesso di San Micheletto, sede della Fondazione Ragghianti a Lucca, centro studi dedicato a Licia e Carlo Ludovico Ragghianti e attore principale dell’offerta culturale cittadina, accoglie dal 16 novembre al 6 gennaio la mostra «Arte tra due secoli. Opere dalla Collezione Vincenzo Giustiniani 1875-1920» a cura di Paolo Bolpagni e Andrea Salani. Questa raffinata selezione della raccolta Giustiniani, costituita da circa duecento opere donate da Diamantina Scola Camerini alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, è una sorta di primo assaggio della collezione permanente di proprietà dello stesso ente che, a tempo dovuto, troverà collocazione nella Fondazione Centro delle Arti, un nuovo polo espositivo a vocazione internazionale identificato nei locali dell’ex Cinema Nazionale il cui coordinamento scientifico sarà curato dalla Fondazione Ragghianti.

La collezione formata dal nobiluomo Vincenzo Giustiniani (Ferrara, 1864-Forci, 1946) è pervenuta per via ereditaria alla nipote Diamantina Scola Camerini. Con il nonno materno, bibliofilo, cacciatore, appassionato d’agricoltura e artigianato, quest’ultima ha condiviso l’affezione per la città di Lucca e per Forci, la tenuta da lui acquistata nel 1917, divenuta meta privilegiata di numerosi e illustri visitatori tra cui, nel 1935, la regina d’Italia Elena di Savoia.

Raffinato cultore di pittura moderna e arti decorative, Giustiniani non disdegnava la pratica del dipingere e tra gli artisti maggiormente ricercati attraverso acquisti presso case d’asta come quella diretta a Firenze da Luigi Battistelli o da mercanti di lungo corso come Mario Galli (estimatore nonché collezionista lui stesso del gruppo del Caffè Michelangiolo) figurano i protagonisti della rivoluzione macchiaiola. Giovanni Fattori primeggia con oltre venti testimonianze tra cui spicca la poeticissima marina «Paranze da pesca», non più esposta al pubblico da quando, tra il 1927 e il 1928, figurò al Palazzo dell’Esposizione di Roma in occasione della XIII Mostra d’Arte del Gruppo Labronico, rassegna allestita all’interno della II Mostra d’Arte Marinara e I Mostra d’Arte Fiumana. Seguono poi Silvestro LegaTelemaco SignoriniOdoardo Borrani e Giovanni Boldini del quale è presente anche la tavoletta raffigurante Leopolda Banti alla spinetta risalente ai primi anni Sessanta, epoca del soggiorno a Firenze del pittore ferrarese e della sua frequentazione con Cristiano Banti.

A questi si aggiungono esponenti della corrente successiva che, seppur ai loro esordi in qualche modo fiancheggiatori dei Macchiaioli, da quell’alveo presero poi le distanze per acquisire un tratto stilistico identitario, come Eugenio Cecconi, apprezzato pittore di scene di caccia e di soggetti orientali. Audace sperimentatore e determinato nell’intraprendere nuove strade, vedi le numerose opere di bonifica e riconversione agricola apportate alla tenuta di Forci, divenuta un modello di esemplare fusione tra tradizione e progresso, Giustiniani intravide negli artisti a lui contemporanei come Plinio Nomellini e Oscar Ghiglia, entrambi figli spirituali di Fattori, il desiderio di emanciparsi adeguando l’antica «impalcatura macchiaiola» alla nuova sensibilità europea. Il primo dei due, soprattutto, apparve ai suoi occhi come il più talentuoso e il più audace. E non a torto. Proprio la facilità e l’immediatezza espressiva gli avrebbero consentito di aderire, sia pure con alternanze e ritorni, a diverse correnti quali quella impressionista, divisionista e simbolista.

Giustiniani poté esprimere tutta la predilezione estetica per Nomellini in occasione di due aste organizzate a Firenze da Mario Galli nel maggio del 1919 quando giunse ad aggiudicarsi gli ottantasei dipinti esitati per un valore di oltre 100mila lire, sottraendoli in blocco a una sala animata da due contendenti particolarmente agguerriti come Enrico Checcucci e Alfredo Materazzi. Ai suoi occhi quel pittore livornese, identificato fin dagli esordi dallo stesso Signorini come uno dei più promettenti allievi di Fattori, dovette apparire il più meritevole proprio per il desiderio di sprovincializzarsi e mostrarsi al passo coi tempi, avvicinandosi a quella interpretazione neoimpressionista della realtà diffusa allora in Francia.

Anche con il prolifico Galileo Chini Giustiniani entrò in stretto contatto ai primi del Novecento, apprezzandone in sommo grado le creazioni in ceramica, decorate con modelli tratti dall’Art Nouveau, dalla Secessione viennese e dal gusto modernista, quando in qualità di finanziatore subentrò nella Società Arte della Ceramica, a Borgo San Lorenzo, poi rinomata Manifattura di Fontebuoni.


Alvise di Canossa da imprenditore a collezionista

«La domenica a Londra» (1878) di Giuseppe De Nittis (particolare)

 

di Elisabetta Matteucci, da Il Giornale dell'Arte, 30 ottobre 2024

Il fondatore di Arterìa e Art Defender Insurance ha trasferito all’arte la consolidata esperienza familiare nei trasporti, ponendola al centro della sua professione. Parallelamente è diventato uno dei principali collezionisti italiani di pittura del XIX secolo.

 

Dall’esperienza maturata tra gli anni Settanta e Ottanta in Saima Avandero, leader nelle spedizioni internazionali, Alvise Di Canossa fonda nel 2000 il gruppo Arterìa che in breve tempo si impone come azienda di riferimento per la logistica, l’imballaggio, il trasporto e l’installazione di opere d’arte conquistando la fiducia dei più importanti artisti, collezionisti, istituzioni museali, gallerie e case d’asta. Risale al 2009 la costituzione di Art Defender, società che si occupa di custodia, protezione, restauro e gestione delle collezioni e del patrimonio culturale italiano pubblico e privato con sedi a Milano, Torino, Bologna, Firenze e Roma. Nel 2016, dalla partnership con Axa Art, nasce Art Defender Insurance, società assicurativa specializzata in «prodotti» dedicati al mondo del collezionismo e a operatori del settore.

Alvise Di Canossa, come nasce la sua passione per l’arte? Lei è laureato in agraria, un obbligo per il figlio di un gentilhomme campagnard, a capo di imprese agricole e ortofrutticole tra Verona, Bologna e Ferrara, ed è noto che lei ha compiuto la gavetta nel mondo dei trasporti ma che è sempre stato irresistibilmente attratto dal mondo dell’arte.  
Ricordo fin dall’infanzia quanto l’arte in generale abbia rappresentato un argomento di quotidiana conversazione. All’epoca l’interesse era concentrato, sia per le quadrerie, sia per gli arredi, sulla cosiddetta Alta Epoca. In questo senso, la vocazione al collezionismo è per me un fatto «congenito». Dunque, continuare a perseguirla e ad alimentarla è stato naturale.

Nel suo ambito professionale ha l’opportunità di avvicinare veri e propri capolavori, ma nella sua sfera privata quale ruolo riserva all’arte?
Ritengo che potersi circondare di beni d’arte, seguendo le proprie idee, ascoltando chi ne conosce origini e storia, volendo a poco a poco costruirsi un proprio mondo, sia per molti una meravigliosa missione che in fondo non finisce mai. Nella propria casa ciascun collezionista spera di realizzare qualcosa che possa rendere orgogliosi anche chi poi lo seguirà.

La sua vocazione al collezionismo si è orientata verso un periodo preciso, su artisti protagonisti di una corrente, o si è declinata in scelte di carattere eterogenee dettate da predilezioni legate a un momento?
Già da bambino ricordo come le opere dell’Otto e Novecento presenti nella nostra casa fossero quelle che incontravano in misura maggiore il mio apprezzamento. Le ho sempre percepite come le più vicine, le più rispondenti al mio gusto: dipinti che raffigurano brani di vita scanditi dall’alternarsi delle stagioni, lontani dalla frenesia, dai ritmi sincopati delle nostre giornate. Riuscire a catturare la luce naturale vissuta en plein air, restituire un’atmosfera intesa come specchio fedele di uno stato d’animo, è l’oggetto dell’espressione artistica dei Macchiaioli e dei cosiddetti Italiens de Paris: Boldini, De Nittis e Zandomeneghi. All’indomani della seconda guerra mondiale la vita era molto diversa da oggi, più semplice e attenta alle piccole cose e anche più costruttiva! La mia predilezione per la pittura del XIX secolo nasce dunque da ragioni affettive. Sono intimamente legato a quel periodo. Inoltre, un amico gallerista mi ha guidato e aiutato nelle scelte.

Condivide le sue scelte con i suoi familiari o preferisce decidere in autonomia?
Condividere un progetto con la propria famiglia al fine di valutarne la fattibilità, discuterne l’efficacia e decidere collegialmente se portarlo avanti o rinunciarvi è sempre stato per me un obbligo morale, nella vita professionale e a maggior ragione nell’intraprendere la costruzione di un percorso così affascinante quale è la nascita di una collezione. Ritengo fondamentale elaborare, affinare e plasmare le proprie scelte con chi ti è a fianco, anche perché in fondo l’ambizione di ogni collezionista è la continuità.


Per immergersi nel mondo di Pascoli

Facciata e giardino della Casa Museo Pascoli

 

 

di Elisabetta Matteucci da Il Giornale dell'Arte, 14 ottobre 2024

Su un colle di Castelvecchio si erge una residenza signorile di epoca settecentesca dove hanno visto la luce i Primi Poemetti, i Canti di Castelvecchio e i Poemi Conviviali.

Lasciata alla comunità di Barga per via testamentaria da Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855-Bologna, 6 aprile 1912) e dalla sorella Maria (Mariù) insieme all’Archivio e alla Biblioteca, la Casa Museo Pascoli, residenza signorile di epoca settecentesca, è situata su un colle di Castelvecchio, frazione di Barga, ridente cittadina della Media Valle del Serchio.

Siamo nel cuore dell’amena campagna lucchese, circondata dall’abbraccio dei dolci rilievi della catena delle Alpi Apuane. Sviluppata su tre piani e meno conosciuta rispetto a quella natale di San Mauro, la casa si affaccia su un vasto giardino delimitato da un muro di cinta che giunge fino alla chiesa di San Niccolò. Concepito all’italiana, con aiuole geometriche e piantumazioni di alberi ornamentali, è corredato da una zona destinata a orto, dal vigneto, dal frutteto e dalla limonaia. Nell’area antistante la casa si trovano un pozzo e, sotto una colonna in pietra, la tomba dell’amato meticcio donato al poeta dal padre del pittore Antony De Witt, Gulì. Risale alla scorsa estate la conclusione di importanti lavori di restauro, realizzati con un investimento di 870mila euro quasi interamente finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.

Pascoli si trasferì in questa villa di campagna nell’ottobre del 1895 prendendola in affitto dalla famiglia Cardosi-Carrara, salvo poi acquistarla nel 1902. Qui hanno visto la luce raccolte poetiche come i Primi Poemetti, i Canti di Castelvecchio e i Poemi Conviviali. La casa accoglie arredi, oggetti d’uso domestico, effetti personali, documenti, attestazioni accademiche, manoscritti con dedica, fotografie, volumi, le illustrazioni realizzate da Plinio Nomellini per «La Riviera Ligure», «Il Giornalino della Domenica» e i Poemi del Risorgimento, un dipinto di Adolfo Tommasi nonché un’opera grafica di Luigi Gioli.

Grazie alle cure della sorella che dal 1912, anno della scomparsa del fratello a Bologna, continuò ad abitarla per quarant’anni senza apportarvi alcuna modifica, la struttura, gli arredi e la disposizione degli spazi sono rimasti intatti fino ai nostri giorni. Maria ha agito con la determinazione di preservare e custodire tale compendio alla stregua di una reliquia secolarizzata, rifiutando di installare luce elettrica e acqua corrente. Estranea ai circuiti abituali e meno conosciuta anche dagli estimatori più attenti dell’opera del poeta, tale corredo privato rappresenta un autentico autoritratto in virtù del quale è possibile ripristinare una relazione più intima con l’opera pascoliana.

 

Al primo piano, oltre all’ingresso, vi sono la cucina e la sala da pranzo, lo studiolo di Maria, oggi sede dell’Archivio che conserva circa 76mila carte; al secondo lo studio del poeta, dove è disposta la Biblioteca, con le tre scrivanie ciascuna delle quali utilizzate per la poesia latina, italiana e per gli scritti danteschi. Seguono le camere di Giovanni e Mariù e un’altra arredata con il mobilio proveniente dalla stanza in cui Pascoli morì a Bologna. Dal salotto della sorella si accede a una suggestiva altana ad archi che offre una vista panoramica sulla valle barghigiana, arredata con due campane dedicate rispettivamente a Ruggero e Caterina Vincenzi Alloccatelli, genitori del poeta. Le salme dei due fratelli riposano nella cappella attigua alla casa in un’arca in marmo decorata da bassorilievi di Leonardo Bistolfi. Nel 1998, su iniziativa di soggetti pubblici e privati, si è costituita la Fondazione Giovanni Pascoli che ha come fine la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale lasciato dal poeta per diffonderne sempre più la conoscenza e mantenerne viva la produzione (Casa Museo Giovanni Pascoli e Biblioteca e Archivio di Casa Pascoli).

 


A Palazzo Foresti Alberto Marri illustra il XIX secolo

La facciata di Palazzo Foresti a Carpi

 

di Elisabetta Matteucci, da Il Giornale dell'Arte, 16 settembre 2024

 

Dopo varie vicissitudini, l’imponente edificio è tornato a essere un contenitore di collezioni. L’attuale proprietario ha ricostituito la pinacoteca che ora spazia dagli emiliani ai Macchiaioli, ai veneziani e ai napoletani.

 


Dal Pnrr 2,4 milioni per la Villa Museo di Puccini

Veduta della facciata e del giardino della Villa Museo Puccini

 

di Elisabetta Matteucci, da Il Giornale dell'Arte, 4 settembre 2024

Ubicato di fronte al cosiddetto Belvedere Puccini, l’edificio è stato oggetto di un’importante riqualificazione ambientale portata a termine lo scorso luglio.

 

La Villa Museo Puccini di Torre del Lago, nata nel 1925 nell’abitazione del Maestro per volontà dell’unico figlio, Antonio, rappresenta nel nostro panorama istituzionale uno dei rari esempi di casa museo. Una suggestiva Wunderkammer ricca di spunti artistici e letterari, riflesso di modi di vita, della storia del costume e dell’arredamento, come il Vittoriale di D’Annunzio, il Museo Mario Praz e, all’estero, la casa dell’architetto John Soane o quella di Gustave Moreau.

Dopo l’ultimazione di importanti lavori di restauro avviati da più di dieci anni con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, relativi ai due pianoforti Forster e Steinway & Sons, al tetto, alla facciata, al ripristino dei vialetti del giardino, al parquet della veranda e agli ambienti del piano superiore come la camera dei coniugi con tessuti, arredi e decorazioni pittoriche originali, recentemente, gli interventi conservativi coordinati dalla direttrice della Fondazione Simonetta Puccini Patrizia Mavilla e dal presidente Giovanni Godi, si sono concentrati al piano terra sul pavimento a mosaico del salone, sulle persiane e sugli uffici direzionali.

Ubicata di fronte al cosiddetto Belvedere Puccini, 9mila metri quadrati affacciati sul Lago di Massaciuccoli, oggetto di un’importante riqualificazione ambientale portata a termine lo scorso luglio grazie a un investimento di 2,4 milioni di fondi Pnrr, la Villa Museo Puccini, come da statuto della Fondazione nata nel 2005 per volontà della nipote Simonetta Puccini, persegue la missione di mantenere viva e onorare la memoria del musicista.

Dopo l’arrivo a Torre del Lago nell’estate del 1891 e la scoperta del carattere edenico della Versilia, di quella dimensione idilliaca generata dalla perfetta combinazione tra una natura incontaminata e la sapiente opera dell’uomo, Puccini vi trascorre ripetutamente le vacanze estive. Sono gli anni in cui insieme a Raffaello Gambogi, Ferruccio Pagni, Plinio Nomellini, Francesco Fanelli, Ludovico e Angiolo Tommasi, elegge a luogo di ritrovo una semplice capanna da cui si originerà l’esclusivo Club della Bohème, epicentro di quel versiliese Quartier Latin, meta di molti artisti gravitanti in Versilia come Amedeo Lori Galileo Chini. Risale al 1891 la volontà da parte del Maestro di prendere in affitto l’abitazione del guardiacaccia Venanzio Barsuglia. Grazie alla sua ristrutturazione, la dimora di Torre del Lago assumerà l’aspetto attuale di una villetta liberty a due piani dotata di un bow-window, alla cui decorazione ad affresco del salone a piano terra lavoreranno tra il 1899 e il 1900 gli amici Nomellini, Pagni e Luigi De Servi. Questo mausoleo, dove riposano le spoglie del cantore di Mimì e Turandot e dove si conserva il suo patrimonio culturale e artistico, già all’indomani della sua scomparsa è divenuto uno straordinario luogo d’affezione per tutte quelle migliaia di visitatori, melomani incalliti o semplici curiosi che ogni anno intraprendono lunghi viaggi per celebrare con immutata devozione il rito di un ininterrotto pellegrinaggio laico.

«Non ricordo di aver mai visto così tanti cantieri aperti tutti assieme, afferma la direttrice Patrizia Mavilla, è un’operazione complessa, ma ne vale assolutamente la pena». Tutti gli sforzi sono protesi all’imminente celebrazione, il prossimo novembre, del centenario della scomparsa di Puccini e, nell’aprile 2026, dell’anniversario della prima di Turandot alla Scala. «Stiamo lavorando con intensità e passione per presentare un programma scientifico e culturale di grande rilevanza, che possa servire a conferire ancor più risalto alla figura del Maestro e, di riflesso, all’intero territorio. Per riuscirci, è necessario che enti e fondazioni operino in stretta collaborazione, facendo rete».

 

 

 


Pinacoteca di Tortona: un museo strategico

Una sala dell’esposizione permanente «Il Divisionismo» presso la Pinacoteca Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona

 

di Elisabetta Matteucci da Il Giornale dell'Arte, 26 agosto 2024

Il progetto collezionistico in esposizione permanente della Fondazione Cassa di Risparmio piemontese spazia dalla Scapigliatura alla Grande guerra.

Nel 1999, dall’acquisto da parte della Fondazione di un nucleo di opere raccolte dalla Cassa di Risparmio di Tortona, tra le quali spiccavano alcune tele di Giuseppe Pellizza da Volpedo e di Angelo Barabino, nacque l’idea di dare vita a un ambizioso progetto collezionistico incentrato sul territorio lombardo-piemontese nel periodo compreso tra la Scapigliatura e l’inizio della Prima guerra mondiale. Proprio in questa zona, tra Milano e Torino, nel 1891 aveva avuto luogo il vivace e coraggioso dibattito sulla tecnica del colore diviso. Con un metodo scientifico mutuato dalla teoria dei colori di un chimico francese, accostando i colori puri sulla tela, Vittore Grubicy, Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Angelo Morbelli, Pellizza, Carlo Fornara, Emilio Longoni, Matteo Olivero e altri sarebbero giunti a un nuovo paradigma accogliendo istanze socio-politiche e influssi simbolisti.

Dal 2001, anno dell’apertura al pubblico della Pinacoteca Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, poi ampliata nel 2008, è allestita un’esposizione permanente. Grazie alla riorganizzazione degli spazi di rappresentanza del museo e all’adeguamento funzionale di alcune sale adibite a finalità espositive, la Pinacoteca ha ricevuto un grande impulso. Anche numerose iniziative tese a coniugare attività didattica e promozione ne hanno consentito il posizionamento al centro del dibattito culturale cittadino, favorendo l’instaurarsi di proficui rapporti con istituzioni museali come i Musei Pellizza a Volpedo o il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. Fondamentale è stata l’esposizione permanente «Il Divisionismo» inaugurata nel maggio 2012 e documentata dal catalogo edito per l’occasione. Del resto, vi è stato un continuo incremento delle opere pervenute negli ultimi dieci anni, frutto di una mirata politica di acquisizioni che lo ha reso uno strumento indispensabile per gli studiosi.

La visita vale il viaggio. Sin dalla prima sala, il visitatore è immerso nel racconto visivo e filologico di uno dei momenti fondamentali della pittura italiana tra Ottocento e Novecento: attraverso un percorso animato da più di cento opere di oltre quaranta artisti, allestite su una superficie di oltre cinquecento metri quadrati che stabiliscono un gioco di rimandi, assonanze e confronti tra la sperimentazione cromatica della Scapigliatura, le declinazioni sociali della tecnica divisa, sino ai nuovi linguaggi simbolisti e futuristi.

Si sono aggiunti nel corso degli anni «Piazza Caricamento», «Sulla costa ligure» e «Mattino d’aprile» di Plinio Nomellini, «Credenti» di Morbelli, «Malvoni» di Segantini, «Ultimi pascoli» di Fornara, «Studio dal vero» di Longoni, «Penombre» di Previati e «Crepuscolo» di Leonardo Bistolfi. Altrettanta attenzione è stata riservata anche a pittori meno noti. Tra le ultime entrate, «Il cammino dei lavoratori» di Pellizza e «Il reddito del pastore» di Giovanni Segantini.


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